La nostra presenza

Annalena da una registrazione agli amici del Comitato (1969)

La nostra presenza deve essere presenza di bontà, di onestà, di dedizione all’altro, di servizio, ma niente altro. Se accettiamo di non fare niente di straordinario, accettiamo di non essere capaci di trasformare nessuno nella consapevolezza che terra di missione siamo noi prima di tutto e che quindi dobbiamo convertire noi stessi e che forse, anzi quasi sicuramente basterà appena questa nostra vita per la nostra conversione.

Dunque a mio parere occorre una revisione dei modi, dei fini dei movimenti di laicato missionario così come li ho conosciuti in Italia e anche a Londra, una revisione che sento proprio necessaria per impostare questo movimento con una maggiore chiarezza di idee e con una maggiore umiltà di atteggiamento con la consapevolezza che noi dobbiamo avere per dare un valore alla nostra presenza, per vivere qui, per vivere il vangelo con la nostra vita, per gridare il vangelo con la nostra vita: cioè i grandi problemi sociali non possiamo risolverli, non possiamo trasformare la vita del paese.

Se però accettiamo di spendere la nostra vita qui e di gridare il vangelo con la vita con tanta semplicità ed umiltà, noi prepareremo, apriremo la via ad una trasformazione anche di questi paesi, ma non ad una trasformazione nel senso della civiltà, del progresso così come la si vede nei suoi aspetti più esteriori, ma ad una trasformazione interiore dal di dentro, la trasformazione che ci fa camminare sempre più speditamente verso la meta unica che è il ritorno alla casa del Padre.

Ho sempre fisse le parole di Raul Follerau «Civiltà, se significa qualcosa, se ha un significato»… ecco questa è la civiltà che dobbiamo portare… la civiltà dell’amore…

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