Angelo Casati, presbitero, poeta, ha la capacità di mettersi in comunione con il cuore di chi lo legge. E’ infatti sempre pacificante ascoltare le sue parole. Scrisse la prefazione del libro Lettere dal Somaliland, proprio rifacendosi alla stessa lettera citata in questa omelia.
Omelia del 02.08.2026 – decima Domenica dopo Pentecoste
Don Angelo Casati
Mi perdo a immaginare i giorni che precedettero gli ultimi di Gesù: il nostro brano si colloca in uno di questi giorni, a dir poco inquieti, irrefrenabili, a rischio. Mi sembra di intuire, ma solo per fessure, che cosa gli si muova dentro; e lui a non ritrarsi, anzi, per mattine e mattine dell’ultima settimana, fa spola tra Betania e il tempio: le reazioni irate dei guardiani del tempio, le dispute, i tentativi di arresto, i “guai a voi” di Gesù che prendono in viso pieno i suoi oppositori, senza se e senza ma, facendoli insorgere, tutto sta a dire che l’ora dell’imbavagliamento del Rabbi di Nazareth è alle porte.
Una tempesta di sentimenti. Ebbene il racconto di Marco sembra confermare una cosa rara e preziosa: come neppure un simile subbuglio del cuore riesca a derubare Gesù della sua singolare capacità di cogliere segni di limpidezza: uno ci è raccontato oggi, uno accadrà, due giorni prima della Pasqua degli azimi, quando Gesù verrà unto di olio profumatissimo da una donna in casa di Simone: e sarà proprio lui a insorgere per difenderla, dolcezza e intuizione.
Anche il brano che abbiamo letto oggi apre squarci sugli occhi di Gesù. Quante volte abbiamo indugiato sui suoi occhi. Riascoltiamo l’inizio: “Seduto di fronte al tesoro, il Signore Gesù osservava i tanti ricchi che gettavano monete nel tesoro”. Un attimo prima li aveva redarguiti severamente. Ora osserva come la folla vi getta monete. Questo “come” dovrebbe farci pensare. Ci ricorda che la questione non si sbriciola nel fare o nell’imponenza del dono, puoi fare molte cose, donare tanto e vuoto il cuore; puoi al contrario donare un filo, ma c’è il cuore. Nelle parole di Gesù leggo un richiamo a interrogarmi non solo sul fare, ma sul torrente dei sentimenti che mi spingono a fare: tanto fare; ma cuore vuoto? Accade quando, all’in principio del “tanto”, dominante è far carriera, procurarsi ricchezze e giullari, ostentare fasulle moralità.
Ed ora permettetemi di immaginare come dentro una processione sgualcita e abitudinaria, grigia, di offerenti, gli occhi e il cuore di Gesù siano presi da emozione per quella donna che nessuno vede e si perdano come in un lago di dolcezza per lei, senza marito e senza beni, per quella donna senza nome che di sé ha che è vedova povera.
E non vi fa impressione che alle ultime pagine del vangelo il Rabbi di Nazareth chiami i discepoli a guardarla? Ancora oggi? “Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
Non vorrei esagerare, ma era come se in qualche modo Gesù si riconoscesse in quella donna, come nelle donne del profumo del Vangelo. Come se nella donna povera e vedova, nel suo gesto, riconoscesse la vera passione della sua vita, l’orizzonte che aveva ispirato dal principio alla fine la sua missione, ciò che gli aveva premuto nel sangue: dare tutto sino all’ultimo, sino all’ultima goccia di sangue, la passione di chi dà tutto sino all’ultimo. Annota l’evangelista Giovanni: “Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate”.
Dare tutto “sino all’ultimo”? Un orizzonte, da cui, vi confesso, chissà quanto ancora sono lontano, ma il vangelo ce lo risvegli come un bambino in cuore. Il “sino all’ultimo” mi ha riportato alla mente un episodio che altre volte vi ho raccontato: in modo commovente lega il ”sino all’ultimo” di una volontaria italiana in Africa e il “sino all’ultimo” di una ragazzina tubercolotica africana agonizzante.
Uno scambio emozionante di gesti tra persone di orizzonti apparentemente lontani. Ne scrive in una sua lettera Annalena Tonelli, una volontaria, di fede cristiana ma senza confini, uccisa in Somaliland nell’ottobre 2003. Racconta di una giovane musulmana poliomielitica in fin di vita: aveva due gambine flaccide, sottili come stecchini, un corpo emaciato da far paura…era piccola, un pugnettino di ossa, un viso bello, espressivo, consapevole, portava con dignità il velo nero delle donne sposate, ormai prossima a morire di tubercolosi.
“Quando venne il momento del passaggio” scrive “mi chiese, non so come, di rimanere con lei quella notte: la cameretta asfittica e lurida, le lenzuola nere, lei che tossiva incessantemente…io desideravo solo rimanere con lei e rimasi…seduta sul suo letto sempre più sfinita…pregavo, la sostenevo, la guardavo negli occhi, l’amavo con tenerezza infinita…il caldo era sfibrante, lei respirava sempre più a fatica…ad un certo punto crollai e lei si tirò su, si tolse il cuscino lurido da sotto la testa affranta e me lo offerse…spirò verso le cinque del mattino…io le tenevo la mano, le sorridevo alla luce fioca di una lampada a petrolio”.